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SOGNANDO VENEZIA

Quindici minuti di celebrità con Elisabetta Giannini



Vittoria ha tredici anni, abita nella provincia di Napoli e ha un sogno: diventare influencer. Per il suo compleanno, suo padre Fabrizio, decide di sorprenderla regalandole un biglietto per sfilare sul red carpet del Festival di Venezia. Ha così inizio un viaggio surreale, fatto di abiti improvvisati, manicure e tanti selfie. Ma come spesso accade nei sogni… la realtà ha il potere di sorprenderci con deviazioni inaspettate.


In un’epoca in cui tutti sembrano vivere sotto i riflettori delle proprie bolle social, Elisabetta Giannini con Sognando Venezia evita la facile critica e sceglie di concentrarsi sul desiderio universale di essere visti. 


Quindici minuti di celebrità: non desiderano altro Fabrizio e Vittoria. 

Quindici minuti: la durata dell’esordio alla regia di Elisabetta Giannini.

Quindici minuti, non di più, adesso le chiediamo per quest’intervista, in cui ci racconterà come Sognando Venezia sia nato da un'ispirazione personale, trasformandosi in un corto premiato e acclamato, quali siano le sue riflessioni sulla ricezione del film e cosa ci riserva il suo futuro da regista.


🕠TRE MINUTI SU: L’IDEA DI SOGNANDO VENEZIA.Partiamo dall’inizio. Come è nato Sognando Venezia e cosa ti ha spinto a trasformare questa idea in un film? Quanto ha influito il fatto di essere cresciuta a stretto contatto con il mondo del cinema, nel plasmare questa storia e il desiderio di raccontarla?


Sognando Venezia è nato un po’ casualmente. Quando stavo accompagnando mia madre, la regista Antonietta De Lillo, al festival di Venezia, dove lei era in giuria per il premio De Laurentis, è stata proprio lei, mentre guardavamo i vari red carpet, a farmi notare quanto ora fossero più pieni di influencer più di protagonisti dei film. Poi, tornata a Roma, mi sono imbattuta casualmente in un sito internet che vendeva “esperienze”. Una di queste era proprio il red carpet a Venezia. Così, insieme a Fabiana Bosco, Alessandro Logli e Mara Fondacaro, supervisionati sin dall’inizio da Marechiarofilm, ci siamo messi a immaginare chi avrebbe potuto comprare un esperienza simile. Così sono nati i personaggi di Vittoria e Fabrizio.




🕠TRE MINUTI SU: LINGUAGGIO POP. Il corto ha un taglio pop che rende la storia accessibile a un pubblico vasto, pur mantenendo una riflessione profonda e drammatica sotto la superficie. Hai scelto deliberatamente questo approccio per rimanere fedele al linguaggio dei social e del mondo dello spettacolo, che sono temi centrali nel film, o è stato un risultato che è emerso in modo naturale durante il processo creativo?


È nato proprio dall’inizio, già in sceneggiatura, perché per me era l’unico modo possibile di raccontare questa storia. Ho immaginato di creare un mondo parallelo a quello reale attraverso un’estetica che coincidesse con l’ immaginario dei nostri protagonisti e degli ambienti che li circondano, uscendone solo sul finale, quando si torna alla realtà.


🕠TRE MINUTI SU: UN’ACCOGLIENZA STRAORDINARIA. Parlando di pubblico vasto, il film ha ricevuto un'accoglienza straordinaria, con la selezione in numerosi festival prestigiosi, anche di natura molto diversa tra loro. Ti aspettavi una risposta così entusiasta e trasversale? E cosa rappresenta per te aver ottenuto anche il riconoscimento del Nastro d'Argento come miglior esordio alla regia?


Io devo dire non mi aspetto mai nulla, quindi è stato per me sorprendente quest’accoglienza e soprattutto il premio speciale per il miglior esordio ai Nastri d’Argento. Sulla trasversalità ne sono rimasta molto felice, anche perché devo ammettere che mentre preparavo Sognando Venezia e in tutte le sue fasi di realizzazione del corto non mi sono mai posta il problema su che tipo di pubblico dovesse avere, se un linguaggio più festivaliero o più pop. Io volevo solo raccontare al meglio delle mie possibilità questa storia.



🕠TRE MINUTI SU: INTERMEDIALITÀ E VISIONI INCROCIATE. 

Nel tuo film, i personaggi guardano in camera come se stessero interagendo su un social, creando un’intersezione tra il mezzo cinematografico e i nuovi media. Quanto ti interessa, da regista, esplorare le potenzialità dei mezzi che si intrecciano e cosa ti incuriosisce di più, a livello creativo, nell’utilizzare diversi linguaggi?


Credo che la cosa che mi incuriosisce di più è cercare qual è, almeno secondo il mio parere, il punto di vista migliore per raccontare una determinata storia, e come dicevo prima, e su Sognando Venezia non ho avuto dubbi: il punto di vista è nato insieme alla storia. Io volevo proprio che quest’altra realtà che creavano i nostri protagonisti coincidesse con la realtà dello spettatore, quindi la fotocamera del telefono doveva per forza coincidere con la videocamera. Anche per questo non c’è mai un cambio di formato e non c’è mai un telefonino in campo: proprio perché noi non usciamo mai dal telefono e guardiamo tutta la storia tramite esso. La cosa che mi interessava raccontare è che non c’è confine tra il mondo virtuale e il reale, e alcune volte il mondo virtuale sovrasta la realtà.


🕠 TRE MINUTI SU: PROGETTI FUTURI. Pensi di continuare a lavorare su storie che abbiano una simile impronta narrativa e tematica, magari esplorando ulteriormente il mondo dei social e della percezione pubblica, o hai in mente di intraprendere strade creative diverse per i tuoi prossimi progetti?


Ora come ora sono in sviluppo di due progetti molto diversi uno dall’altro: uno un documentario che parte da un archivio personale, l’altro che si spera diventi la mia opera prima, dovrebbe essere un sequel proprio di Sognando Venezia, l’idea è di ritrovare dopo 5 anni il nostri Fabrizio e Vittoria e vedere come quel famoso red carpet ha influenzato il loro futuro, quindi sicuramente avrà un linguaggio simile ma con anche delle importanti differenze che tengo ancora per me.








 
 
 

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